St Valentine's Trade: un mazzo di false promesse

St Valentine's Trade: un mazzo di false promesse

photo by Marcos Mayer
San Valentino dovrebbe essere la festa degli innamorati, eppure sembra che la settimana dell’amore sia diventata l’occasione per mettere a dura prova i sentimenti dei giocatori. Durante la prima settimana di febbraio molte franchigie hanno infatti concluso scambi dal grande eco mediatico, con Cupido che ha trafitto i cuori di diversi atleti, Icardi compreso.
Il rapporto di lealtà tra giocatore e proprietà è da sempre molto delicato, anche in una Lega dichiaratamente orientata al business. Un concetto ormai senza valore e senza tempo, che i tifosi faticano a interpretare. Vediamo dunque i cinque casi più spinosi del recente passato.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Harrison Barnes (Da Dallas a Sacramento): apriamo subito col botto la nostra rassegna con la trattativa che più ha creato scalpore, un precedente inimmaginabile. Il giocatore ex Mavs sarebbe infatti stato scambiato ai Kings durante l’intervallo della partita con gli Charlotte Hornets. Emblematico il momento in cui Barnes è stato inquadrato dall’emittente televisiva con un’espressione degna di chi è stato appena friendzonato.
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Anthony Davis (New Orleans Pelicans): dopo aver rischiato di assumere i contorni di Beautiful, tra smentite e rifiuti dell’agente, la stella dei Pelicans ha visto fermarsi la ruota del proprio destino sulle coste della Louisana. Sfumata dunque la maxi-trattativa con i Lakers, dopo che questi ultimi avevano messo sul piatto della bilancia più di mezza squadra pur di affiancare AD a Lebron, con buona pace della fiducia nei loro confronti.
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Isaiah Thomas e Kyrie Irving (Cleveland CavaliersBoston Celtics): lo scambio dell’estate 2017 ha sollevato non poche reazioni, specialmente da parte dei giocatori stessi. Quella più furente proviene dall’autorevole voce di un ex-biancoverde come Ray Allen, indignato dal comportamento della società nei confronti di un giocatore che era sceso in campo dopo un gravissimo lutto familiare ma soprattutto schifato dall’ignobile gesto delle sue canotte messe al rogo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Parole al veleno per Paul Pierce nei confronti dell’ex play dei Cavaliers, preda nell’ultimo semestre di repentini sbalzi d’umore (eccesso di tranquillanti?). Dopo aver dichiarato amore eterno alla franchigia del Trifoglio, Kyrie, in merito a una sua possibile rifirma con i Celtics, avrebbe replicato dicendo di non dovere niente a nessuno, LeBron docet.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Kawhi Leonard e DeMar DeRozan (San Antonio SpursToronto Raptors): arriviamo alle corde più sottili e fragili di questa piccola orchestra. La storia di Kawhi ha mostrato tutte le numerosissime combinazioni di questo dado a due facce. Dell’anello vinto dagli Spurs nel 2014 tutti si ricordano l’abbraccio con Popovich, una stretta passionale e carica di sentimenti, come quella tra padre e figlio. Gli ultimi rumors prima dello scambio facevano pensare di essere di fronte a un’altra persona: Leonard si era ormai chiuso nel suo mutismo impenetrabile e inscalfibile, sorprendendo tutti col suo atteggiamento menefreghista, persino sprezzante verso la sua futura destinazione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da Follow For NBA Content (@spammingnba) in data:


DeMar a Toronto aveva invece piantato il cuore, ghiacciato come il lago Ontario che circonda la città canadese. È bastata una sola folata per mandarlo in frantumi. Una telefonata, poche parole hanno trasformato l’icona dell’era moderna di casa Raptors in un pacco Amazon Prime a spedizione rapida. Biglietto singolo di sola andata per il Texas.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Jimmy Butler (Minnesota TWolves,- Philadelphia 76ers):  la prospettiva più singolare tra quelle proposte. Disertare il camp, presentarsi improvvisamente agli allenamenti, “sfottere” i propri compagni (e implicitamente tutta la proprietà), prima di concludere un’interpretazione da Oscar di fronte alle telecamere dei media. L’ex Bulls ci ha messo la faccia, esattamente come quando lotta sui palloni vaganti, senza peli sulla lingua, dando la dimostrazione che il talento, senza le palle, non è sufficiente nella NBA di oggi.
 
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