Danilo Gallinari: il mio playground

Danilo Gallinari: il mio playground

Milano e il playground: un binomio che hai vissuto fin da giovanissimo. Com’è nato e come è evoluto il tuo rapporto con i playground milanesi?
Cominciamo col dire che Milano è una città che trovo affascinante, ne sono innamorato! E non lo dico solo perché è la mia città. Il rapporto con i “campetti” milanesi è nato durante gli anni del liceo. Chiaramente, allenandomi tutti i giorni, non avevo tanto tempo libero a disposizione, però, tra un impegno e l’altro, qualche sfida con i miei compagni di classe ci scappava sempre… Perché il playground è qualcosa di davvero irresistibile: tanto che, nel tempo, è diventato un appuntamento fisso: durante l’estate ci gioco spesso con i miei amici ed è sempre un’esperienza unica”.

Riti, rituali e codici del playground… Cosa non può mancare nella sacca? Come ci si comporta? Come si parla? Che gerarchie e regole ci sono (se ce ne sono) sui playground?
Io normalmente nella sacca con cui vado al playground porto dell’acqua, quella non può mai mancare, un asciugamano, un paio di magliette di ricambio e magari anche delle casse per ascoltare la musica. Regole sul playground? Poche e semplici, direi. Chi vince regna ovvero chi vince sta in campo e i falli vengono chiamati dall’attaccante. Tutto molto semplice e tutto molto chiaro. E non può certamente mancare un po’ di trash talking. Non fa mai male. Provocarsi a parole per trasformare una semplice partitella tra amici in una partita vera è quasi un dovere”.

Cosa trovi nel playground che non hai mai trovato nel basket indoor?
Beh... il playground è tutta un’altra roba, ragazzi! Regala sensazioni sempre nuove, e l’atmosfera che si respira è completamente diversa da quella che si respira in palestra o nelle arene: lì sai già chi troverai, con chi andrai ad allenarti, chi andrai a sfidare… Sul playground è tutto diverso: volti, atmosfere, livello della competizione, divertimento... Tutto è una sorpresa continua”.

C’è qualcosa che hai imparato o affinato sul playground e che poi hai, in un certo senso, riprodotto nel tuo gioco a livello professionistico?
Non saprei onestamente, preferisco sottolineare un aspetto che ho trovato ovunque abbia giocato a basket, playground, palestra o arena che sia: il rispetto del gioco e il rispetto dell’avversario. Sono due regole fondamentali che non possono e non devono mai mancare su nessun campo da basket del mondo. Si potrebbe pensare che sul playground valga una sorta di ‘liberi tutti’, ma non è così: semplicemente alcune regole, come il rispetto, ci sono ma non sono non scritte. E da questo punto di vista possiamo considerare il playground come una palestra a cielo aperto, dove l’educazione si tramanda di generazione in generazione”.

L'universo del playground, soprattutto negli USA, ha vissuto e vive di veri e propri fenomeni che poi non hanno trovato una loro strada nel basket professionistico di club, spesso per scelta. Hai mai incontrato qualcuno così sui playground milanesi?
Normalmente mi capita di giocare con i miei amici quando vado su un playground, ma posso confermare che questo succede anche da noi, se non altro a Milano! A me personalmente è capitato più di una volta di incrociare giocatori davvero di talento: ragazzi che non sapevo chi fossero, ma che non avevano nulla da invidiare ai professionisti del basket. E anche questa è una componente del fascino del playground: il livello può essere davvero altissimo”.

 

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