Gabriele Piazzolla, stella dei Playground

Gabriele Piazzolla, stella dei Playground

Il ricordo del "Piazz", talento cristallino scomparso prematuramente, nelle parole di Daniele Vecchi

"Ci sono persone che lasciano il segno.

Lasciano il segno su qualsiasi persona con cui vengono a contatto, lasciano il segno sull'ambiente circostante, si sente la presenza, si sa che quella persona c'è, o c'è stata, o ci sarà sempre, in quell'ambiente, in quel determinato ambito. Un segno indelebile, anche se queste persone si conoscono di sfuggita, se si vedono anche solamente una volta, anche se non ci si parla, anche se magari si è abituati a vederli in giro, nei locali, per la strada, su qualche foto sul giornale, si sa che esistono, si sa che ci sono, e basta, si danno per scontati.

Gabriele Piazzolla, un ragazzo solare, uno di quelli che lascia il segno, un segno indelebile. Un gran bel ragazzo, una mancata carriera di modello, un talento cestistico fuori dal normale. Il Piazz, tutti lo conoscevano così, nei vari campetti di Milano, nelle varie squadre dove ha giocato, Gabriele era il Piazz, l'incontenibile, immarcabile, esuberante, esaltante Piazz.

Il Piazz contro il Pozz. One on one. Uno contro l'altro al playground di Via Dezza, o al Sempione. Che sfida sarebbe stata. Se solo Gianmarco Pozzecco quella sera all'Hollywood avesse accettato, se solo avesse raccolto il guanto della sfida lanciatogli da Gabriele Piazzolla in quel luogo trendy così lontano migliaia di anni luce dallo spirito di divertimento e di competizione che animava Gabriele Piazzolla, se il Pozz avesse detto "ok, posto e ora, fammi vedere cosa sai fare", la sfida sarebbe andata in onda, e molti degli ex-compagni di squadra o di campetto di Piazz erano e sono ancora tuttora pronti a scommettere che per il Pozz non sarebbe stato così facile, anzi, sarebbe stata durissima, sarebbe forse anche stata una sconfitta. Il Piazz si sentiva di poter battere chiunque, su qualsiasi campo, il playground di via Dezza, il playground del Sempione, quello di Viale Argonne, gli avversari della B1, della B2, della C1, persino Massimo Bulleri ha sofferto e non poco contro di lui in un allenamento della Olimpia lo scorso inverno, tanto da indurre coach Djordjevic a parlare francamente con Gabriele, e a dirgli che non sarebbe stato più chiamato, perchè con le sue roboanti prestazioni difensive e offensive avrebbe potuto indurre il play della nazionale italiana ad una crisi di identità e di fiducia in sè stesso. E il bello, il meraviglioso, è che Bulleri è forte, ma forte sul serio, è fortissimo. E il Piazz non gli era da meno.

Classe 1981, Gabriele Piazzolla era un ragazzo che amava e rispettava il gioco, un entusiasta del mondo, un generoso, un amico fraterno, un sorriso sempre pronto a rincuorarti, una parola dissacrante che sdrammatizzava una situazione pesante, un genuino, un ragazzo vero e una persona vera, di rara intelligenza, un genio e uno sregolato, nel senso più bello, positivo e affettivo del termine. E giocava, giocava che era un piacere vederlo. Ti entusiasmava fin dal primo momento in cui lo vedevi muoversi con il pallone in mano.

Il Piazz non faceva un passo indietro. Il Piazz spaccava.

Un metro e ottantatre centimetri di altezza, un fisico compatto, agilissimo e con una esplosività intrinseca impressionante, un ball-handling che blindava il pallone, una partenza bruciante sia a destra sia a sinistra, una varietà di soluzioni offensive infinita, fisicità e preparazione atletica (poteva schiacciare abbastanza comodamente nonostante la altezza da playmaker), una spericolatezza e spregiudicatezza di volo e di contatto degna del miglior Allen Iverson, un tiro devastante, un innato istinto primordiale e intensissimo per il gioco, una forza della natura, un talento stupendamente puro, una passione per la competizione, gli occhi della tigre sempre, ad ogni partita, a qualunque livello, contro qualsiasi avversario, su qualsiasi campo, con qualsiasi tempo, giorno o notte uguale. Trash-talker di primissimo livello, più di una volta ha sfiorato la rissa, più di una volta ha fatto la rissa, ma non è un problema, ci sta, il gioco di strada è anche questo, è anche scherno, rivalsa, provocazione, affermazione e dominio, meglio se assoluto.

"Tutti a casa" era il suo modo per dichiarare finita una partita da lui dominata, e "a casa", in tanti, in tantissimi ci sono andati, sempre e comunque con la coda tra le gambe, annichiliti dal vero e incontrastato Re dell'asfalto milanese.

Uno degli esempi più lampanti della attitudine di Gabriele andò in onda nell'estate del 2002. Chiesa in Valmalenco, provincia di Sondrio. La nazionale turca è in ritiro in vista dell'impegno al Mondiale di Indianapolis. Alle 2 di pomeriggio Gabriele e un paio di amici si trovano a fare due tiri nel palazzetto dove i turchi si allenano, allenamento previsto per le 3. Alle 2.30 arriva al palazzetto il primo giocatore turco, Yilmaz, 1.97, allora in forza all'Efes Pilsen. Comincia a tirare da tre, si vede che deve affinare un pò le sue percentuali, forse il coach gli ha intimato di allenarsi di più su questo particolare aspetto del gioco. Piazz gli prende il rimbalzo, si annoia, vorrebbe fare qualcosa di più, vorrebbe essere più partecipe del gioco, vorrebbe una situazione più "dinamica". Fino a quando arriva il momento fatidico. La timidezza e la soggezione non fanno parte del carattere di Gabriele, che con fare sornione si avvicina a Yilmaz e gli chiede: "do you want to play one on one?". Yilmaz lo guarda un pò stranito, non accetta ma neanche declina, ormai è tardi, la frittata è fatta. Gabri, senza aspettare la risposta del turco, gli dà la palla e gli dice: "you start". Yilmaz un pò scazzato comincia, non molto ispirato, prende la palla, prova una penetrazione, si arresta sul gomito e tira in sospensione, mentre Piazz gli sta incollato addosso come un adesivo. Yilmaz sbaglia. Too bad for the turkish guy, toooooo bad. Da quel momento in poi Gabriele non gli fa più vedere la palla, per cinque o sei azioni il Piazz dà sfoggio del suo intero repertorio, bombe da sette metri e mezzo, finte e contro finte, crossover e contro crossover che mandano letteralmente nel pallone Yilmaz, che soccombe vistosamente, il Piazz gli segna in faccia svariate volte. Il Gabri, da buon asphalt baller, non lesina sorrisini e commenti provocatori, che fanno incazzare di brutto Yilmaz, che cerca senza mezzi termini di evitare in extremis la brutta figura, colto nel vivo e punto nell'orgoglio. Fino a quel momento i due non hanno tenuto il punteggio, ma da quel momento si fa sul serio. Su proposta di Gabriele, la partita diventa vera e al massimo, si arriva a 7, Yilmaz è deciso a vendicare le umiliazioni subìte da quel folletto a lui sconosciuto, Yilmaz gioca al massimo. La partita comincia, va avanti per un pò, ma non finisce. Infatti nel momento in cui il coach turco Aydin Ors entra nella palestra e vede la scena, Yilmaz si dilegua immediatamente dalla partita. La partita non è finita, ma il parziale diceva 5 a zero per Gabriele. Vittoria devastante. Il nazionale turco se n'è andato a fare allenamento, spaccato a metà dal Piazz. Al primo intervallo di quell'allenamento, a centro campo Turkoglu e Tunceri stanno tirando distrattamente da metà campo. Gabriele, adrenalinico al massimo, è sempre all'erta, e sempre secondo la teoria che il Piazz non conosce la timidezza e la soggezione, appena una palla gli rotola nelle vicinanze, richiama l'attenzione del playmaker turco: "hey Tunceri, look at me". Da metà campo, spostato verso il bordo campo, Gabriele tira. Con una disinvoltura sconvolgente, si vedeva subito qual'era il destino di quella palla. Solo rete. Tunceri si gira veramente esaltato e strabiliato verso il Piazz, e dice "WOW MAN!!". Tutta l'essenza dell'essere-Gabri sta nella risposta: "no Tunceri, don't say wow, for me it's normal...". Assolutamente grandioso.

Cresciuto nel quartiere milanese di Missaglia, dove c'è il capolinea della Linea 2 Verde, Piazza Abbiategrasso, muove i primi passi nel basket con l'Olympic Team, sempre in zona Missaglia, prima di passare alle giovanili dell'Olimpia, allora sponsorizzata Stefanel. Da qui comincia davvero la sua ascesa, allievi regionali, juniores, Serie D a Cusano Milanino fino a passare a Treviglio, dove disputa entrambi i campionati, quello juniores e quello di B1. Vestendo la maglia di Treviglio, in un torneo internazionale, segna la bellezza di 53 punti contro i croati del Pola, uscendo dal campo ovviamente con una calorosa e meritatissima standing ovation. Un piccolo assaggio dell'istrione cestisticamente devastante che il Piazz sapeva essere fin dalla adolescenza. Grandi ed esaltanti prestazioni in B1 con Treviglio, in B2 con Como e Torino, in C1 con Voghera, poi la Forti e Liberi Monza, Corsico, la Ghemmese Basket, tutte società, squadre, allenatori, tifosi e semplici avventori che hanno potuto vedere di che pasta era fatto Gabriele Piazzolla, capace di infilare 28 punti in 27 minuti o 25 punti in 20 minuti, capace di ribaltare un risultato da solo, capace di un parziale che chiudeva la partita, capace di entrare dalla panchina e di dare la sferzata giusta ad un momento problematico della sua squadra, capace di essere un uomo squadra e un uomo spogliatoio nonostante il focoso carattere e il temperamento facilmente infiammabile, soprattutto in campo. I compagni di squadra e gli amici sapevano bene che era difficile che Piazz accettasse di buon grado una decisione arbitrale, lo spirito competitivo e la voglia di vincere in lui erano talmente dominanti che, come spesso capita, le decisioni che tendono a ostacolare questa corsa verso la vittoria non sono mai prese di buon grado.

Carattere caldo, dicevamo. Una volta, giocando a Como, in una importantissima sfida contro Torino, il Piazz si ritrovò dalla lunetta, tirando un libero, proprio di fronte ai tifosi di Torino. Libero andato a segno, e immediatamente, dalla mano di Gabriele scaturisce il dito medio, in direzione del settore occupato dai tifosi piemontesi, che di certo non l'hanno presa benissimo. Un gesto genuino, di scherno ma divertente, di certo non il massimo della sportività, ma fatto in un certo senso con il cuore. Logicamente gli arbitri gli fischiano un fallo tecnico, e si va avanti. Dopo la partita, negli spogliatoi, ai compagni che gli chiedevano spiegazioni, che gli chiedevano il perchè di quel gesto, il Piazz rispose, con la mimica e la inconfondibile gestualità che lo contraddistinguevano: "mi prendevano in giro i miei calzini!! Cazzo volevano?!? Che cosa avevano i miei calzini di così brutto?!?". Magica espressione di spontaneità, sincerità, istinto e esilerante autoironia. Quei tifosi torinesi se la sono legata al dito, quel gesto, quella scena, mai e poi mai gliel'hanno perdonata, il suo nome oramai era scritto in rosso sul loro libretto nero. Inutile e superfluo sottolineare che la stagione successiva, quando Gabriele fu ingaggiato per giocare proprio con la ambiziosa squadra di Torino, divenne l'idolo assoluto e incontrastato della Curva torinese. "Vola e salta sotto la Curva, Lele Piazzolla facci una bomba!", questo era il coro che i ragazzi della Curva di Torino gli cantavano, tanta era la esaltazione agonistica che Gabriele sapeva fare scaturire dal suo gioco e nelle partite in cui era protagonista.

Un cuore grande, una naturale espressione di spontaneità che i tifosi non potevano non amare. Gabriele giocava con il cuore, il cuore che regalava al suo gioco, alla maglia che indossava, alla società che rappresentava, all'allenatore che lo allenava e ai tifosi che si esaltavano per le sue giocate. La possibile e quasi obbligata transizione dal ruolo di guardia al ruolo di play (vista per primo da Coach Giorgio Valli nella sua breve permanenza a Treviglio), mista ai fastidiosissimi problemi alla spalla che lo hanno tormentato per gran parte della sua carriera, hanno impedito al Piazz di raggiungere i livelli cestistici più alti che avrebbe meritato e che tutti gli addetti ai lavori erano certi avrebbe raggiunto. Un grande tiratore di striscia, lucido e freddo sotto pressione, una esplosiva fisicità sia offensiva sia difensiva, una grande visione di gioco, una inesauribile voglia di fare e di imparare, una lucida dedizione in allenamento, un amore smisurato per il gioco insieme ad un talento semplicemente immenso, avrebbero potuto fare di Gabriele Piazzolla un giocatore capace di fare la differenza anche ai massimi livelli. Il suo gioco era comunque quello di strada, quello al campetto, quello dei tornei estivi, quello dei tre contro tre, quello più selvaggio e creativo, quello meno vincolato da scelte tattiche, da minutaggio da condividere e da punte di diamante da accontentare, il gioco quello più spontaneo e istintivo che esiste, quello libero, quello sul cemento, quello del playground, dove il suo talento poteva esprimersi veramente al cento per cento.

Il playground di via Dezza sembra la classica espressione del basket metropolitano. Una specie di rambla in mezzo alla strada, vicino alla chiesa di Sant'Ambrogio, poco lontano dal carcere di San Vittore, un campo da calcetto, una fontanella, e un campo da basket, illuminato, sempre, in mezzo ai palazzi che si stagliano alti sul cielo, che fanno venire l'ombra presto lasciando i riflettori sul rettangolo d'asfalto fare il loro dovere, perchè i ballers, quelli veri, quelli come il Piazz, non hanno orario, mattina, pomeriggio o notte non fa differenza, due tiri si fanno sempre, e se si è in due, un one on one non si fa attendere. Con il playground del Parco Sempione chiuso per un bel pò di tempo, i ballers milanesi si davano appuntamento al Dezza, dove dal primo pomeriggio fino a notte inoltrata c'erano delle sfide, sfide importanti, sfide infuocate, dove ogni tanto volavano gli schiaffoni, ordinaria amministrazione nei playground più caldi e veraci milanesi, italiani, americani e mondiali, come un marchio di fabbrica della intensità del gioco di strada.

E al Dezza Gabriele Piazzolla era, è e rimarrà per sempre, LA leggenda, il Numero Uno.

Qualcuno lo ha paragonato al primo "White Chocolate", il primo Jason Williams del West Virginia e universitario a Florida, un genio del pallone, un uomo che vedeva cose che pochi altri o nessun altro vedeva, geniali intuizioni di passaggio, soluzioni originali e creative che facevano del gioco del Piazz il gioco più divertente che si potesse vedere su un playground. Lui in realtà si ispirava a Tim Hardaway, il suo crossover insistito e velocissimo, il suo modo di attaccare sempre e sistematicamente il canestro fu di ispirazione e di scuola al Piazz, fin dalla prima infanzia.

Oggi Gabriele Piazzolla non c'è più. A 25 anni ha lasciato questo mondo schifoso, lasciando a coloro che restano, che gli hanno voluto e che gli vogliono ora più che mai un bene dell'anima, un inimmaginabile dolore con cui convivere, insieme a miliardi di meravigliosi ricordi e sensazioni, che si aprono nella mente di tutti quelli che lo portano nel cuore, ad ogni secondo del giorno e della notte, il suo sorriso, il suo crossover, il suo modo di camminare, la sua sensibilità, la sua giacca a vento color argento, il suo ardore, le sue serate al Ganas, la sua spontaneità, il suo motorino, la sua intelligenza, i suoi calzini, il suo essere una persona vera.

Il Piazz è una stella, una bellissima, luminosa e amorevole stella, che idealmente è sopra di noi, ma che allo stesso tempo rimane dentro di noi, dentro tutti coloro che amano questo meraviglioso sport, dentro tutti coloro che hanno vissuto almeno un momento di gioia o di dolore cestistico-sportivo, dentro tutti coloro che hanno avuto la fortuna di condividere qualcosa, di conoscere, o anche solo di aver sentito parlare di lui.

"Tutti a casa", si, ma non è un problema, andiamo tutti a casa perchè il Piazz è dentro ognuno di noi, e non ci lascerà mai.

Ciao Piazz, It Never Ends."

 

Tratto da "Heroes - eroi del playground persi per strada" di Daniele Vecchi


Daniele Vecchi è un giornalista e scrittore con il Baseball MLB e il Basket NBA nel sangue, sport che ha imparato a conoscere in prima persona durante le sue lunghe permanenze statunitensi. Ama studiare la antropologia dei luoghi metropolitani applicata allo sport, da questa sua insolita passione ha tratto i suoi libri più conosciuti, “Playground in New York”, "Heroes" e "Playground in USA".
Ha lavorato per Euroleague TV, Gazzetta TV, è media content editor e producer per Infront, per alcuni programmi di Sky Sport e Rai Sport, commentatore in inglese per le dirette Rai di volley, e commentatore in italiano di basket per Eurosport.


Photocredit Alex Fazzini

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