La leggenda del pianista sui playground

La leggenda del pianista sui playground

Photo by Francesco Lanciotti
 
Quando nasci con un fratello maggiore hai soltanto due possibilità: o lo ami o lo odi.
Nella sciagurata ipotesi in cui entrambi condividiate la vostra più grande passione, allora, le chance si riducono ulteriormente.
 
Inizia così la vita cestistica del piccolo Drazen Petrovic, dannatamente breve, all’ombra del più quotato fratello Aza. Una linea sottile tra ammirazione e invidia, la voglia sfrenata di sfidare e di battere i pregiudizi.
 
La sua casa diventa presto il palazzetto di Sebenico, città natale di Drazen, dove il “Mozart del basket”, con i suoi folti capelli ricci, trascorreva ore su ore, spesso con la complicità del custode, corrotto a suon di cioccolato e sigarette.
Una regola semplice e basilare: provare, riprovare e riprovare ancora. Sono tante le leggende, i racconti che narrano di interminabili sessioni di tiro, perfezionando quella meccanica che ha poi fatto scuola.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Mentre il fratello continua la sua ascesa nelle giovanili del Cibona Zagabria, Drazen, ormai quindicenne, comincia a muovere i primi passi nella prima squadra. Lanciato da Zoran Slavnic, uno dei mostri sacri della pallacanestro jugoslava, il Diavolo di Sebenico si trasforma dal “ragazzo dell’altra metà campo” in un uomo decisivo, come contro l’Hapoel Tel Aviv nella finale di Coppa Korac del 1982, ad appena diciott’anni.
 
La scalata verso il rango di star prosegue, Drazen prende tutto, la Nazionale e persino l’NCAA durante le sue tournée americane. Fino al grande giorno, quello in cui le gerarchie si ribaltano. Sconfigge, surclassa, umilia il fratello Aza, perché vincere non basta, vincere da leader è tutta un’altra cosa.
 
Lascia Sebenico (e la amata divisa arancio-nera) da re, nel 1983, segnando i liberi che regalano il primo storico scudetto alla Piccola Genova della Dalmazia, poi revocato dalla Federazione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Fuori dagli schemi al punto di infrangere anche la legge (espatriato nonostante non avesse ancora 28 anni), dopo un quadriennio da protagonista assoluto al Cibona, i 112 punti contro l’Olimpia Lubiana sono pura antologia, vola al Real Madrid cercando un trampolino di lancio destinazione Stati Uniti.
 
Ci riuscirà a suon di record.
 
Atterra a Portland, nell’Oregon.
 
È il 1989, l’anno più buio della sua carriera. Con i Trail Blazers non sfonda, la nave del talento si arena sullo scoglio dei giudizi del suo coach, ma lui continua a credere nel suo mantra. Lavora duro, ogni giorno di più, per dare una speranza non solo a lui ma anche ai posteri, la chiave che apre l’accesso alla porta del Paradiso. Lo sforzo è però vano.

Viene scambiato con i Nets, dove scriverà una pagina importante nella storia della franchigia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Arriviamo al ’93, un’estate dai due volti per Drazen.
 
Prima i dissidi con la proprietà del New Jersey e un rinnovo di contratto che tarda ad arrivare.
Poi le gioie con la Nazionale, la Croazia, un amore marchiato sulla pelle bianca dell’eclettica point-guard. Il dolore non lo ferma, gioca tutte le partite di qualificazione all’Europeo imminente, compresa quella con la Slovenia, a giochi ormai fatti.
 
A mettere ordine sulle due bilance ci pensa il destino, spavaldo e crudele nella sua sentenza. Drazen decide di non rientrare in patria con la squadra, ma di raggiungere Klara, la sua nuova compagna, per qualche giorno di rapida distrazione dalla palla a spicchi.
 
L’aura del paranormale Drazen sbiadisce fino a eclissarsi completamente circa duecento chilometri a sud dell’aeroporto di Francoforte. Denkendorf, piccolo borgo della Baviera, da quel momento diventerà tragicamente noto per essere stato l’ultimo lembo terrestre toccato dal genio di Sebenico, prima di volare definitivamente verso l’Olimpo.
 
I funerali del 7 giugno 1993 sono ancora oggi uno dei momenti più toccanti della giovane storia croata, tra l’assordante silenzio di oltre centomila persone e lacrime incapaci di accettare la realtà.
Oggi Drazen vive nelle sue reincarnazioni.
 
La sua presenza è tastabile, con mano, nella gigantografia che campeggia sul playground a lui dedicato, fino alla sua maglia numero 3, issata nel nuovo Barclays Center di Brooklyn, lassù dove in pochi sono riusciti ad arrivare.
 
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