Giulio Maria Papi si racconta ad adidas PML

Giulio Maria Papi si racconta ad adidas PML

Giulio Maria Papi è una delle persone più ricche di entusiasmo che possiate incontrare. La sua energia è contagiosa, con le sue parole fornisce tridimensionalità alla narrazione, sempre pronto a spingere un po’ più in là l’orizzonte. Lo si capisce dalla prima frase che usa per descriversi: «Ho sogni talmente grandi che non riescono a entrare nei cassetti. Mi perdo nei miei viaggi mentali, nei miei sogni. Mi pongo sempre nuovi obiettivi e cerco di lavorare con tutto me stesso per raggiungerli. Sono un ragazzo competitivo, mi piace la sana competizione, nella vita e non. Mi piace mettermi in gioco, prendere quella decisione che può determinare il risultato».

È una delle stelle più luminose del firmamento italiano del basket in carrozzina, centro della UnipolSai Briantea84 e anche adesso che non può giocare per infortunio, si percepisce la sua impetuosa voglia di raccogliere, e vincere, la prossima sfida.

 

Quando senti la parola limite, cosa ti viene in mente?

«Il limite è qualcosa che ci permette di capire dove si può arrivare in quel momento. Ma quando assapori l’obiettivo, la testa si pone subito un limite più ambizioso. È come se il confine si spostasse di continuo. Il limite c’è sempre, è ovunque e in ogni cosa. A livello sportivo, a livello mentale ma anche nella vita di tutti i giorni».

 

Come s’intreccia questo discorso con la paura?

«Va di pari passo. C’è un legame sottile, spesso la paura ti affianca. Poi decidi di lanciarti, vuoi superare quella paura che sai che ti fa star male. Se superi il limite e la paura, capisci che hai preso la strada giusta. E quindi ti ricorderai che spesso bisogna avere paura per superare il limite».

 

Che emozioni ti dà un playground rispetto al palazzetto?

«Ci ho sempre giocato con mio fratello e con la mia fidanzata. È proprio un altro sport, molto più rude. Non fosse altro perché magari capita di giocare anche con un pallone rovinato o con qualche piccola buca in campo. Il vento che soffia, le traiettorie che cambiano: è il posto dove si ha la rappresentazione migliore della voglia di giocare, di farlo insieme agli altri, in qualsiasi condizione. È terribilmente affascinante: mentre giochi ti guadagni anche il rispetto degli altri, magari di un intero quartiere o della città. Nel palazzetto ci sono le luci, c’è il pubblico, si curano di più i particolari».

 

Ti ricordi la prima partita in un playground?

«Avrò avuto 11-12 anni, ero a Roma. Comunque da piccolo ho sempre giocato all’aperto, il mio primo approccio alla pallacanestro non è stato al chiuso. Forse per questo mi piace in maniera particolare. La prima volta invece in carrozzina su un playground? Ci sono molte cose che affronto come se fosse una nuova vita. Tornare a giocare a pallacanestro per me è stato come riniziare a correre. Solo che ho iniziato a correre a 25 anni. Due anni fa sono tornato su un playground a Famagosta, grazie ad adidas Playground Milano League. Lì ho realizzato che potevo tornare a giocare all’aperto, è stata una sensazione bellissima».

 

Pensi che il basket in carrozzina sia sottovalutato?

«Tantissimo. Mi danno fastidio quelli che mi dicono: “Mazza come sei bravo, che cuore d’oro”. Quando mi dicono bravo, io rispondo: “In che senso?” e aggiungo “Guardi che stiamo parlando di sport, ho tantissima energia e la esprimo sul campo”. Spesso si pensa che l’atleta in carrozzina sia una super persona. Noi siamo persone che fanno cose super, ma come qualunque atleta. A volte capita di andare in alcune città dove c’è poca consapevolezza dell’importanza del nostro sport. Piano piano però la gente si sta appassionando e credo che se un giorno riusciremo a qualificarci per le Paralimpiadi ci sarà un vero e proprio boom».

 

Sei uno dei punti fermi dell’Italia. Avete sfiorato la qualificazione a Rio e Tokyo, ora sei già proiettato a Parigi 2024?

«Per me è quasi un’ossessione. Ho scoperto il basket in carrozzina proprio guardando le Paralimpiadi di Londra. Devo farcela, anzi dobbiamo farcela. Anche per poter coinvolgere sempre più ragazzi. Ora penso all’Europeo che qualifica per il Mondiale ma io guardo già oltre, alla Francia».

 

Giulio, ti capita anche di seguire le squadre giovanili: c’è un episodio che ti ha colpito particolarmente nel tuo lavoro con i ragazzi?

«Nelle giovanili ci sono delle regole riadattate per permettere di giocare anche ai ragazzi che hanno disabilità particolari. Quelli che hanno più difficoltà possono fare un punto toccando anche solo la retina. Con un ragazzo in particolare abbiamo iniziato con la palla medica, abbiamo lavorato per settimane. E quando per la prima volta è riuscito a segnare è stata un’emozione incredibile per me. Vedere questi progressi è pura gioia. Mi sento l’eroe della giornata».

 

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