Vis a Vis, le interviste agli MVP: Alessio Natalini

Vis a Vis, le interviste agli MVP: Alessio Natalini

Una produzione adidas PML scritta da Michele Gazzetti

«Ho iniziato a giocare a 4 anni, praticamente mi hanno messo il pallone nella culla».

Alessio Natalini, classe 2003, vive per il basket anche se non è un retaggio familiare. «Alla scuola materna venne un insegnante a farci giocare e da allora non ho più smesso – spiega l’mvp dell’edizione 2019 dell’adidas Playground Milano League -. Il mio primo ricordo con una palla è nel campetto che c’è sotto casa mia. Mi portava mia nonna, avevo questo pallone più grande di me che cercavo di mandare verso canestro. E non ci riuscivo».

Cosa rappresenta per te il basket?

«È vita, un punto fondamentale della mia vita. È la cosa che mi fa più stare bene».

Qual è il primo ricordo che ti viene in mente dell' adidas Playground Milano League?

«L’All Star Game in Darsena. C’era un’atmosfera magica, l’organizzazione è stata strepitosa. Musica, allegria, tantissimi giovani: giocare in un luogo così suggestivo è indimenticabile. C’erano con me due dei miei amici più importanti: fino all’anno prima giocavamo insieme, poi loro hanno cambiato squadra e ci siamo ritrovati per l’occasione. E’ stato molto bello. Quindi possiamo dire che “Matangoni 1.0” è stata una squadra costruita sulle fondamenta dell’amicizia».

Quali sono stati i momenti più belli a livello personale?

«Mi ricordo il primo playground, Parco della Torre. Già dalla prima partita mi sono divertito molto, anche perché è stata combattuta e si è decisa con un mio “arresto e tiro”. E poi la finale in Darsena, era quasi buio, non conoscevamo gli avversari della finale ma eravamo tranquilli di poter far bene. Abbiamo deciso di fare tanti isolamenti per me spalle a canestro ed è stata la mossa decisiva».

La vittoria ti ha cambiato?

«Alla Playground Milano League è sbocciata la mia passione per il 3 contro 3. Ho riacquisito la fiducia che avevo un po’ perso nella stagione precedente. E’ stato un passaggio fondamentale. Io amo giocare anche 5 contro 5 al chiuso, ma giocare all’aperto 3 contro 3 è fondamentale per provare delle cose che altrimenti non proveresti mai».

Quando hai capito che il basket era più di una semplice passione?

«A 12 anni ho smesso di giocare nella squadra del paese e sono arrivato nelle giovanili dell’Olimpia. Da lì ho capito che poteva nascere qualcosa di diverso, ho capito che era la mia strada».

Pensi che il basket possa diventare la tua professione?

«È il mio sogno, sono consapevole che bisogna lavorare duro per arrivarci. L’importante è dare il massimo. Penso di avere delle possibilità di arrivare in alto. Ho delle lacune ma posso migliorarle. Sogno la Nazionale, finora sono stato solo chiamato nelle selezioni regionali. Indossare la maglia azzurra sarebbe davvero splendido. Se non diventassi un professionista vorrei rimanere nel basket, magari facendo il fisioterapista o il preparatore atletico».

Tra lo studio e lo sport non hai molto tempo libero. Ti pesa fare delle rinunce che altri tuoi coetanei non fanno?

«Studio al liceo scientifico e faccio l’Under 18 con Desio. In più mi sono aggregato anche alla squadra di Serie C. I sacrifici non mi pesano troppo. So che devo condurre uno stile di vita sano: se vuoi arrivare in alto, devi farlo per forza. Alla domenica mattina mi alleno, quindi il sabato sera non esco mai. Per esempio ho rinunciato anche allo snowboard, che ho iniziato a fare da piccolo perché i miei sono due maestri. Ho smesso prima per mancanza di tempo e poi per non rischiare di infortunarmi».

Quali sono le tue caratteristiche come giocatore?

«Ho cambiato tanti ruoli ma ora gioco playmaker. Prima giocavo di più sotto canestro, ero il più alto. Negli ultimi 2-3 anni ho iniziato a giocare da regista ed è il ruolo migliore per me in ottica futura. Sono alto 1,90, potrei ancora crescere qualche centimetro. Il gioco spalle a canestro è uno dei miei punti di forza, soprattutto quando trovo un avversario più piccolo di me. E anche la capacità di passare. Poi sono bravo in difesa. Invece devo migliorare nel palleggio e nella rapidità di piedi».

Quali sono i giocatori a cui ti ispiri?

«In Nba vado pazzo per Kyrie Irving dei Brooklyn Nets. Non è tanto alto ma un ball-handling che non si è mai visto. Se entra in partita è immarcabile. È sicuramente il mio idolo. In Europa invece adoro Daniel Hackett: è un giocatore che è migliorato tantissimo, è arrivato in alto grazie al lavoro e al sudore. Tra i ragazzi della mia età invece ammiro Matteo Spagnolo, che gioca del Real Madrid: è veramente fortissimo».

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    PML è media partner della Summer eLEAGUE